Traduzione o espressione di sé?

Traduzione: il senso che assume questa parola è quello di trasporre nella propria lingua madre un messaggio in lingua straniera e renderlo accessibile alla comprensione di una comunità di parlanti, quella stessa nella quale il messaggio viene trasposto. Definita in questi termini, l’attività di traduzione potrebbe suonare alquanto semplice. Ed è fin troppo semplice, se, dopo averla definita in questi termini, non si tiene conto che il messaggio da trasporre in una lingua diversa da quella di partenza necessita di venire sottoposto a questo processo mantenendo le caratteristiche originarie del messaggio di partenza. In effetti, quanti hanno notato discrepanze notevoli se non addirittura pure invenzioni tra il messaggio originario e quello che poi se ne è fatto? Che dire poi della traduzione letterale: un vero abominio e snaturamento della poliedricità multilinguistica? Film e libri hanno molto da dire in merito e tanti esempi da fornire. In sostanza nel campo della traduzione emergono due atteggiamenti agli antipodi: rimanere il più fedeli possibile al testo/messaggio, oppure riportarne il senso senza andare troppo per il sottile per quel che riguarda la forma. Le due principali direzioni che si contendono le preoccupazioni di ogni traduttore che si rispetti sono proprio queste: fedeltà o originalità? Questo è il dilemma. Ma forse prima di assegnargli questo epiteto andrebbe specificato A COSA fedeltà e/o originalità debbano votarsi. Dopotutto c’è chi in tutto ciò vi vede un dilemma, ma nulla vieta che si possa trattare di qualcos’altro…

Per quel che concerne la fedeltà al messaggio originario, va considerato che essa può essere raggiunta senza sacrificare l’originalità nella forma: beninteso, se il committente non lo specifica in anticipo, e diversamente da alcuni tipi di traduzione che deve venire mantenuta “letterale” per necessità (e quindi in possesso di tutti gli elementi, anche ridondanti), la traduzione deve sempre mantenere lo stesso senso anche se ciò implica un drastico cambiamento della forma nella quale viene trasmesso. Ogni volta che invece il senso originario non viene mantenuto, ciò che si opera sul testo non può venire definita traduzione, bensì invenzione letteraria. Per cui, se la fedeltà del messaggio deve votarsi al senso di quest’ultimo, non si può affermare lo stesso per quel che riguarda la forma, la quale può spesso e volentieri includere tratti di originalità. La creatività, in tali casi non va bandita, anzi va considerata un elemento accessorio del senso originario che non deve mai andare perduto. Un po’ come a dire che prima viene il senso e poi la forma. Quando il senso viene perduto, si perde il senso stesso della traduzione perché l’obiettivo della comunicazione viene diretto ad un altro scopo e ad un altro oggetto. Mantenendo il senso del messaggio, pur stravolgendo la forma, in realtà il traduttore fa un atto di estrema fedeltà; quella al messaggio di partenza. Viceversa, traducendo letteralmente egli non rispetta le regole della propria lingua madre che violenta (e che tra l’altro dimostra di non conoscere in maniera sufficiente) in funzione dell’adeguamento a strutture esotiche e straniere. A tal proposito, un caso a sé è costituito dalla poesia, nella quale la forma è il contenuto e pertanto costituisce la forma di traduzione più complessa da realizzare! Inutile dire che la traduzione poetica sarà oggetto di un post a sé, data la peculiarità.

Alla luce di quanto asserito finora è importante considerare in base a cosa emergono le variabili di originalità e fedeltà. Se infatti la fedeltà va relazionata al messaggio originale, dal quale non si può mai e poi mai prescindere, è anche vero che l’originalità è un elemento altrettanto importante che costituisce l’indizio della presenza del traduttore. In realtà esistono diverse scuole di pensiero; alcune sostengono che il traduttore debba farsi da parte per lasciar parlare il testo e che debba così assumere la funzione di medium dell’attività medianica letteraria. Non a caso è da questa corrente di pensiero piuttosto proficua che derivano attività legate al ghostwriting (letteralmente la scrittura “fantasma”, contrassegnata dall’estrema neutralità con la quale gli eventi vengono narrati e che pertiene per lo più all’ambito del giornalismo e delle opere letterarie). Altri invece sostengono che la completa neutralità di un testo non sia possibile da realizzare, e che i testi siano sempre per forza di cose la conseguenza di un’interpretazione o, ancora meglio, un’espressione di chi li traduce e filtra. Sta di fatto che la traduzione non può mai prescindere da ciò che ne è la fonte/origine, né da ciò che è il mezzo con il quale diffonde il proprio messaggio.

E dunque ritorniamo al quesito che dà il titolo all’articolo in questione: traduzione o espressione di sé? La traduzione non è un gioco, ma un lavoro sul testo e sulla comunicazione. Quest’ultima è il quadro più ampio nel quale il testo si inserisce come una componente, e a sua volta è composta da: contesto, persone, atmosfera, inferenze, significati sottesi e da quelle sfumature che contrassegnano tutto il resto. Quel “resto” in grado di influire sul messaggio e di renderlo più “qualcosa” o meno “qualcosa”. L’espressione di sé è un rischio che può valere la pena correre nel momento in cui il traduttore si mette in gioco facendo il proprio lavoro. Esistono alcuni tipi di traduzioni che richiedono una minima espressione di sé, perché ogni traduzione resta pur sempre una interpretazione in quanto viene filtrata da una persona. Se un “buongiorno” è senza ombra di dubbio un good morning in inglese, è anche vero che è il contesto nel quale esso viene pronunciato a fare la differenza e ad aggiungere le sfumature di un buongiorno stizzito da un caldo buongiorno. In un’opera letteraria è fondamentale specificare il tono in cui un’espressione verbale viene pronunciata e, se nel testo originale non vi sono indizi, saranno il talento e l’esperienza del traduttore a doverli scovare. In sostanza il traduttore deve saper collocare il testo nel contesto d’origine per poter effettivamente tradurre.

In un’opera letteraria è fondamentale specificare il tono in cui esso viene pronunciato e, se nel testo originale non vi sono indizi, saranno il talento e l’esperienza del traduttore a doverli scovare. In sostanza il traduttore deve saper collocare il testo nel contesto d’origine per poter effettivamente tradurre.

Perché la semplice trasposizione, la sola traduzione e la mera espressione di sé prese ognuna singolarmente non funzionano per elaborare linguisticamente un testo. Tutti questi elementi vanno inseriti nel contesto più ampio della comunicazione che deve venire correttamente compresa dal traduttore per ciò che è. Niente di più, niente di meno.

Laura Visioli

Lingue straniere: quando IL metodo non esiste!

Chi mostra interesse nelle lingue straniere perché è studente o insegnante non può sottovalutare la presenza del concetto di ‘metodo’. C’è chi senza si sente perso, chi lo vive come un’oppressione, chi come senso del dovere, altri ancora come una sicurezza e/o una legge imprescindibile per la propria attività. Ma cosa è realmente un metodo? Quali vantaggi apporta? Ha degli svantaggi? Esiste il metodo universale come panacea per tutti i mali di studio e apprendimento? E se IL metodo non esistesse?

Ebbene, andiamo per ordine. Chiunque studi una disciplina (e questo discorso vale a maggior ragione per quelle linguistiche) SA che occorre un metodo per imparare nel più breve tempo possibile e nella maniera migliore. Se la disciplina coinvolge il fisico i risultati saranno visibili sin da subito. Se invece la disciplina alla quale ci si approccia implica il funzionamento dei processi mentali allora i risultati sono invisibili eppure presenti, in quanto la possibilità di monitorare/quantificare i progressi è limitata. Magari occorrerà del tempo per vederli manifestarsi, ma è indubbio che, nel momento in cui ci si applica e si applica un metodo di studio per se stessi valido, qualcosa sboccia in termini di apprendimento. Il metodo è l’ancora di salvezza nel mare di una conoscenza molto grande. Per barcamenarsi e non lasciarsi travolgere dalle ondate di tempi verbali, lessico, particelle e desinenze è necessario qualcosa che crei ordine, organizzazione: il metodo, appunto! O meglio il metodo, o un metodo? Questo è il punto…

Se da un lato i neurolinguisti hanno dato numerosi utili contributi allo studio del funzionamento del cervello in condizioni di apprendimento, è altrettanto vero che, pur conoscendo le dinamiche di ciascun essere umano dal punto di vista fisiologico, ognuno di essi è diverso per il modo in cui le fa funzionare. Mi spiego: tutti siamo in possesso di un apparato psicofisico che funziona secondo le stesse leggi, ad esempio quando leggo, a meno che non sia cieco, si attivano le zone cerebrali preposte alla vista e che governano i movimenti oculari. Eppure la peculiarità di ciascun individuo fa in modo che il tipo di apprendimento da egli favorito vari da persona a persona. C’è chi predilige la lettura, chi la visione di film, chi l’ascolto, chi il viaggio in luoghi stranieri per mettersi alla prova di persona sperimentando sul campo le funzioni di una lingua. Per questo motivo esistono degli assunti fondamentali ed incontrovertibili che regolano l’apprendimento delle lingue, i quali però da ultimo vanno calibrati in funzione delle potenzialità, qualità, carattere di chi vuole imparare. La consapevolezza di chi si è e di come si funziona, in tal senso, è la vera chiave di volta per il successo nell’apprendimento linguistico. Tenere conto del fattore personale e collegarlo a quello universale in relazione all’apprendimento è il vero punto focale in grado di fare la differenza tra un metodo e il metodo che va bene per se stessi. E qui ritorna la domanda: esiste un metodo di apprendimento linguistico universale? Alla luce del discorso intessuto finora, no. Non esiste perché tutti siamo diversi e mostriamo predilezione per determinati strumenti anziché altri. Il che va doverosamente tenuto in considerazione se si vuole fare un percorso prolifico in termini di successo personale e risultati.

Nel paragrafo precedente abbiamo pertanto trattato dell’esistenza del metodo, e cioè un insieme di tecniche volte a far interiorizzare delle conoscenze. Ora ci occuperemo dei vantaggi e degli svantaggi, se ce ne sono. Innanzitutto i vantaggi di avere un metodo sono focalizzazione e velocità di apprendimento. Se riesco a trovare un metodo come punto di riferimento avrò un focus sul quale concentrarmi e al quale guardare per non perdermi. Disporrò pertanto di un’ancora. Questa focalizzazione aiuta a non disperdersi e quindi ad arrivare prima alla meta. E gli svantaggi? In realtà, se proprio occorre trovare uno svantaggio, o meglio un limite al metodo è quando esso mostra la sua staticità. Il metodo migliore è quello che si può personalizzare di volta in volta, che è flessibile perché tiene conto della realtà dei bisogni e dei progressi di chi apprende. Un metodo non è qualcosa di “fatto e finito”, bensì dovrebbe sempre venire messo in discussione nella sua affidabilità. Insomma deve essere al contempo una certezza passibile di miglioramento.

Va da sé che IL metodo universale non esiste e non dobbiamo nemmeno avere la pretesa di trovarne uno. In molti istituti e scuole di lingue straniere vengono decantati diversi metodi di apprendimento. Gli stessi che rivelano i propri limiti nel momento in cui qualcuno non riesce ad applicarli e a trarne i benefici! Se i vari metodi sono molto utili soprattutto per le varie tecniche che mettono a punto, il metodo personalizzato resta il migliore. Questo perché ciò che lo rende infallibile è il fatto di tagliarlo sulla misura del proprio apprendimento. Calibrare, lavorare sul far combaciare le proprie qualità con ciò che è stato studiato e funziona, è questa la forza del metodo personalizzato che non si pone al di sopra degli apprendenti, ma che li accompagna con le loro qualità nel proprio percorso di conoscenza.

Laura Visioli.

Il corso di lingua su misura per te

Buongiorno a tutti,

settembre è iniziato prepotentemente a farsi sentire. La ripresa delle attività si è messa rumorosamente in moto e spesso in questo clima di ripresa è abbastanza normale sentirsi disorientati, ma soprattutto sopraffatti dalle innumerevoli proposte di corsi tra cui scegliere. Corsi di tutti i tipi, che vanno da obiettivi di puro intrattenimento all’insegnamento di qualche disciplina o pratica, o ancora, che sono finalizzati ad approdare allo sviluppo di abilità.

Se vi riconoscete in questo quadro e non avete le idee chiare su cosa effettivamente scegliere, leggendo questo articolo potrebbe ritornare il sereno nella vostra mente. Perlomeno per quel che concerne i CORSI DI LINGUA STRANIERA! Questi tipi di corsi spopolano in zone turistiche, città, ma anche in luoghi meno conosciuti. Ne vengono proposti di svariati tipi e sono tenuti da insegnanti madrelingua, oppure da insegnanti che madrelingua non sono eppure hanno un livello di preparazione e competenza in materia altrettanto elevato, e che possono offrire diversi tipi di lingua per diversi livelli e tipologie di persone (ad esempio disoccupati, studenti, pensionati, professionisti, etc.). La metodica di approccio alla lingua è varia e diversificata eppure tutte hanno delle basi comuni: poiché si parla di lingua straniera, un corso di questo tipo che si rispetti non può prescindere dall’utilizzo della lingua a scopo comunicativo. Tutti i metodi che vi verranno proposti per essere validi dovranno andare a stimolare le quattro abilità di base, oltre a due competenze a cui troppo poco si accenna. Le abilità dello scritto e del parlato (produzione e comprensione scritta da un lato, produzione e comprensione orale dall’altro) mirano a farci capire un discorso o un messaggio scritto e ad interagire mettendoci nelle condizioni di parlare ed esprimerci per poter intessere una COMUNICAZIONE. Pertanto costituiscono le competenze di base da sviluppare. Le altre due competenze, meno note ai più, riguardano abilità altrettanto fondamentali ed importanti, ma che, sottaciute, passano quasi inosservate all’occhio dell’ignaro cliente: si tratta della competenza culturale e di quella comunicativa. Si traducono la prima nella capacità di calarsi in un contesto culturale che ha a che fare con quella specifica lingua e che è diverso da quello di origine, mentre la seconda si esprime nella capacità di interagire con l’altro. Per citare un esempio diciamo che spesso (e questo riguarda soprattutto le persone introverse) quest’ultimo fatto significa forzare un po’ il proprio carattere per adempiere agli obiettivi della comunicazione, per entrare in contatto con l’altro: doveroso passo da compiere per crescere linguisticamente. Da non sottovalutare anche la competenza culturale: conoscere cosa è proibito nella cultura della quale quella lingua che si intende imparare fa parte è fondamentale per non venire culturalmente esclusi e ghettizzati dai parlanti nativi della stessa, ma soprattutto un elemento di profondo rispetto verso quella cultura che si intende fare propria.

Ebbene, fatte queste premesse arriviamo a quello che ParoleVive Traduzioni offre in termini di corsi di lingua. Se avrete letto gli altri articoli del blog e vi siete tenuti al passo con le attività libere e gratuite che ParoleVive mette a disposizione dei propri amati clienti, avrete sicuramente notato la presenza di attività ludiche/educative come gli incontri svoltisi a settembre al parco finalizzati a far interagire tra di esse persone di livelli linguistici diversi in un ambiente rilassato, e i corsi personalizzati. La forza e la diversità dei nostri corsi di lingua sta nel creare un percorso di studio della lingua personalizzato e fatto su misura per ciascun cliente. Il ritmo di studio viene scelto in base alle esigenze ed obiettivi del cliente, così come l’esistenza di orari flessibili in cui studiare la lingua permettono di seguire con costanza un programma linguistico sistematico ed organizzato volto a dare concretamente dei risultati non nel più breve tempo possibile, ma nel tempo giusto per ciascuno, che lascia ad ognuno lo spazio per sbocciare assimilando non solo nozioni ma anche modalità operative che una volta acquisite sarà difficile dimenticare. La qualità dell’insegnamento è uno dei capisaldi sul quale questo progetto è fondato, e ogni singolo programma viene attentamente studiato nei dettagli per poter essere di volta in volta testato, migliorato ove possibile in relazione ai progressi compiuti dallo studente. Inoltre a quest’ultimo viene offerta la possibilità di coniugare lingua e cultura in uno stesso programma linguistico: cosa da non poco dato l’inscindibile legame che lega le due!

Per farvi avere un’immagine concreta di come opera ParoleVive Traduzioni immaginatevi un personal trainer, quello delle palestre appunto! Una persona, il linguistic coach o linguistic personal trainer, che altri non è che l’insegnante, vi segue passo passo, individualmente, lavorando sui vostri punti deboli e potenziando quelli già forti facendovi fare progressi massimizzando il tempo a vostra disposizione rispetto ad un corso che si attua in gruppo, dove il tempo per il progresso individuale è secondario rispetto a quello collettivo. Questo perché i nostri corsi sono calibrati sulla vostra persona e tra le parole chiave di questo progetto abbiamo: concentrazione, massimizzazione, profitto in termini di apprendimento, ma soprattutto focus! Il linguistic personal trainer vi indicherà il metodo adatto a voi, per quello che è il vostro singolare approccio allo studio nel rispetto delle vostre caratteristiche individuali sia per quello che ha a che fare con il vostro carattere, sia per quello che riguarda le vostre esigenze pratiche e di studio.

Le lezioni di lingua che si svolgono in gruppo sono e devono essere standardizzate. Perché quando si ha un pubblico eterogeneo è impossibile non procedere in questo modo: hanno però il grande pregio di far entrare gli studenti di livelli diversi a contatto tra loro, confrontarsi e relazionarsi. Le lezioni di lingua condotte su misura, invece, pur avendo un margine di conversazione limitato (infatti i protagonisti sono lo studente e l’insegnante) hanno il grande vantaggio di seguire passo passo lo studente, mettendolo in condizione di fiducia, sicurezza, in quanto è nelle mani di un esperto il quale non giudica l’errore, ma semmai lo corregge e lo motiva a rispondere correttamente le volte successive. Per non perdere i benefici dell’uno e dell’altro tipo di insegnamento ParoeVive Traduzioni ha messo a disposizione due momenti distinti: quello in cui l’apprendimento è un “fatto privato” e quindi quello che prevede la preparazione individuale in funzione del momento in cui allo studente verrà chiesto di relazionarsi con altre persone che hanno raggiunto un livello diverso dal proprio. E questi momenti di relazione sono soprattutto scelti come momenti di svago e comprendono lezioni al parco, aperitivi in lingua, brevi gite fuori porta, lezioni di fitness o di cucina in lingua straniera, etc.

La verità è che esistono corsi di lingua molto interessanti e validi, il punto è se essi facciano davvero a caso vostro! Provare, in tal caso, è la parola d’ordine per toccare con mano le diverse possibilità che vi si parano innanzi.  In questo senso ParoleVive Traduzioni ha pensato ad una LEZIONE DI PROVA! Gratuita e non vincolante viene messa a disposizione per far toccare con mano la realtà dei nostri corsi di lingua, che, in caso positivo potranno avere una durata (concordata in base alle varie esigenze), con possibilità di rinnovo. A questo punto avrete ampia scelta di pacchetti studio diversificati in base al livello di partenza e agli obiettivi, nonché all’ambito di proprio interesse (studio generale della lingua, ambito letterario/scientifico, ambito aziendale, ambito turistico, ambito professionale specifico di proprio interesse). Ultimo punto sul quale ParoleVive Traduzioni è forte è l’assistenza costante che l’insegnante mette a vostra disposizione: rappresenta un punto di riferimento stabile ed affidabile che non lascia nulla al caso, ma che, congiuntamente al vostro impegno vi farà sfrecciare verso l’orizzonte che avete scelto. E magari, anche oltre!

Parole Vive Traduzioni

Datti una possibilità in più, scegli ParoleVive Traduzioni!

Laura Visioli.

Agosto in lingua inglese!

Comunico con piacere a tutti coloro che sono interessati,

che nel mese di agosto, a cadenza settimanale a Desenzano del Garda si terranno lezioni multi-tematiche dal titolo OPEN-AIR ENGLISH LESSONS, ovvero lezioni di lingua inglese all’aperto. Sia che desideriate mantenere allenato il vostro inglese, oppure che vogliate partecipare liberamente siete i benvenuti. In totale sono cinque incontri a partecipazione gratuita con prenotazione obbligatoria, in quanto i posti sono limitati (massimo 10 persone).

Le lezioni sono interattive e prevedono letture, conversazione e dialoghi fra i partecipanti in un clima rilassato e piacevole che si propone di far imparare la lingua con divertimento e nell’ottica di strumento comunicativo. Ogni settimana verrà proposto un argomento diverso (moda, cultura, natura, società, etc.) ed è possibile partecipare indipendentemente dal livello di inglese raggiunto o anche solo come “ascoltatori”.

Se desiderate estendere l’invito a chi pensiate possa essere interessato condividete liberamente il post, con locandina allegata!

italian invitation summerenglish2017

Quest’anno decidi di non mandare in vacanza il tuo inglese e donati questa opportunità!

See you soon,

Laura Visioli.

Se non lo usi, lo perdi: la fisiologia del linguaggio

Una delle regole che governa il mondo del linguaggio è strettamente connessa alle proprietà del cervello, il quale è il direttore delle principali e maggiori funzionalità del nostro apparato psicofisico oltre a quelle linguistiche. Questa regola cita: se non le usi, le perdi in riferimento a tutte le funzioni che il cervello stesso innesca o è in grado di attivare. Di fatto il linguaggio sottostà ad una specifica fisiologia che, se ben congeniata, conosciuta ed utilizzata, permette ad un individuo di imprimere un’impronta significativa alla padronanza delle lingue.

Nel seguente articolo verrà trattata tale questione in maniera più approfondita soprattutto per quel che concerne la fisiologia del linguaggio in termini di acquisizione linguistica ed apprendimento. Perché imparare le lingue straniere può rivelarsi facile e da un certo punto di vista entusiasmante, ma la questione è ben più complessa e ha risvolti, non da ultimo, scientifici. Di fatto, quello che segue l’acquisizione di una lingua e che è molto più importante dell’imparare ex novo una disciplina è mantenerne, migliorarne e arricchirne la padronanza nel tempo in maniera consapevole; il che è possibile per mezzo dell’allenamento costante, intelligente ed efficace di quelle funzionalità che se non vengono utilizzate tendono al declino, e quindi a scomparire. Questo processo di allenamento altro non è che il processo di apprendimento.

 

cervello training

Se non lo usi lo perdi: il cervello è la centralina del nostro apparato psicofisico. Se non lo teniamo allenato tende all’entropia, ovvero  al caos. Il che si traduce nel perdere quello che non utilizza in favore di ciò che viene utilizzato con più frequenza!

Ci sono diverse motivazioni che spingono una persona ad imparare una lingua straniera: una passione per la cultura di quel paese, una certa curiosità che avvicina a quei luoghi dove quella lingua viene parlata, o ancora un amore, la vita lavorativa che spinge ai contatti con l’esotico, e quant’altro. E così, è nei modi più strani che iniziano le storie con le lingue straniere. Storie di chi si trasferisce in paesi esteri per non tornare più in patria, chi invece cerca un equilibrio o un compromesso tra le proprie radici e la novità del luogo in cui si trova a vivere. Queste storie possono essere contrassegnate da bisogno, piacere oppure dovere; sta di fatto che approcciarsi ad una lingua straniera è molto più che uno studio teorico di regole sul funzionamento grammaticale e morfo-sintattico di fonemi diversi (e cioè la cosiddetta “parte superficiale” di una lingua). Entrare a contatto con una lingua straniera significa aprirsi ad un mondo di nuove concezioni sulla vita, nonché entrare nel suo nucleo più interno. Nucleo nel quale convergono affettività, cultura e personalità, le quali interagendo tra di esse creano all’interno del soggetto un campo fertile per i saperi linguistici i quali a loro volta sono, per usare la frase del linguista italiano Balboni (che si trova all’interno dal volume da lui scritto Imparare le lingue straniere, edizioni Marsilio), strumenti di azione sociale calata in una cultura, in un modo di vivere, in una serie di valori di riferimento. Il nucleo di una cultura altro non è che la dimensione (inter)culturale della competenza comunicativa, la quale, assieme a quella linguistica, conduce un soggetto ad utilizzare con appropriatezza la lingua allo scopo di COMUNICARE.

Dunque, poiché nel percorso di studio di una lingua si ha a che vedere con queste due principali competenze, ovvero quella linguistica e quella comunicativa, emerge la fondamentale differenza tra acquisizione e apprendimento, ovvero due fenomeni molto importanti governati dal cervello/psiche con tutte le loro componenti, da quella affettiva a quella logico-razionale, passando per i fattori mnemonici e mnestici. Tale differenza rientra nei concetti di primaria importanza, nonché imprescindibile per tutti gli studiosi di lingue straniere, linguisti, insegnanti ed esperti del settore. Acquisizione e apprendimento sono due facce della stessa medaglia; diverse eppur entrambe necessarie per fare propria una lingua. Nello specifico, a riguardo è illuminante l’ipotesi del linguista e ricercatore Krashen, che getta luce sulla questione in quanto secondo lo studioso l’acquisizione è un fenomeno che avviene a livello implicito e consiste nella comprensione intuitiva dell’input recepito. Essa si colloca in profondità (pertanto diventa stabile nel tempo), in una zona molto personale del soggetto apprendente. L’apprendimento, sempre secondo Krashen, invece è di matrice razionale: è un processo di breve durata,  conscio e rivolto alla forma linguistica. Inoltre, nel caso specifico delle lingue straniere, l’apprendimento annovera al proprio interno caratteristiche quali la socialità, la costruttività e la cooperatività, nonché qualità influenzate dalla natura personale dell’apprendente. Di conseguenza, oltre a risultare molto improbabile l’efficacia di un apprendimento in solitudine delle lingue straniere, in quanto verrebbe meno lo scopo primario del loro utilizzo (e cioè la necessità di comunicare), c’è il fattore “personalità” da tenere in considerazione in corso d’opera. Infatti nell’acquisizione sono favoriti maggiormente coloro che manifestano un approccio olistico, le personalità più espansive ed aperte, mentre coloro che sono favoriti nell’apprendimento sono tutti quegli individui che si focalizzano sulla parte più razionale del linguaggio. A livello linguistico, tuttavia, il fatto di pendere a favore di una o dell’altra modalità risulta limitante e peraltro svantaggioso per l’apprendente. In effetti, se l’acquisizione si colloca su un piano più intimo ed intuitivo, introspettivo e meno esplicito, l’apprendimento ne è l’esatto opposto (opposto ma non escludente!) in quanto si avvale delle capacità logiche che, se affiancate sensatamente all’acquisizione, la rendono consapevole. L’apprendimento è razionale e pertanto può fungere da monitor, ovvero uno strumento per l’elaborazione linguistica consapevole.  A tal proposito dunque acquisizione e apprendimento sono due elementi inscindibili che si accompagnano l’una all’altro come due metà di una mela. Acquisizione senza apprendimento diventa pura perspicacia lasciata al caso, mentre l’apprendimento senza acquisizione si tramuta in una piatta enumerazione di nozioni fini a se stesse e senza alcuna applicazione possibile. L’acquisizione con l’apprendimento apre le porte di un apprendimento consapevole nel quale i successi ed i progressi che si incontrano non sono un caso; anzi, proprio grazie a questo binomio in cui gli opposti sono complementari il discente diventa causativo nei confronti dei propri successi.

Se colleghiamo quanto appena affermato con il titolo dell’articolo, se non lo usi, lo perdi, e cioè se ci si dimentica di utilizzare una modalità in favore di un’altra quello che ne deriva nel lungo periodo sarà proprio la perdita di contatto con quella modalità meno utilizzata, la quale, inabissandosi sempre più nei meandri di psiche e cervello, viene poi abbandonata a vantaggio di ciò che ai fini della sopravvivenza si usa più di frequente. Il cervello infatti funziona secondo due logiche: una è quella dell’ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, l’altra è in ragione della sopravvivenza.

A tal proposito, in riferimento allo studio di una lingua ha senso parlare di educazione linguistica, in quanto lo studio di una lingua straniera per essere completo deve necessariamente tenere conto del contesto nel quale essa è nata e cresciuta (ovvero della dimensione culturale). Parlare di educazione linguistica agevola nel processo di apprendimento linguistico perché porta a contatto il discente con l’essenza e il background nel quale la lingua è nata, ampliandone la comprensione, amplificandone i collegamenti e quindi rendendolo in grado di attingere ad altri strumenti cerebrali a propria disposizione, non da ultimo aprendogli nuove possibilità di pensiero e modus vivendi. Di fatto non è possibile estrapolare una lingua ed adattarla al contesto che non le è proprio: è come applicare uno snaturamento. L’apprendimento effettuato solo sui libri, guardando dei film, ascoltando canzoni è si efficace e di tutto rispetto, ma non basta. E’ l’esperienza sul campo che nel settore delle lingue funge da banco di prova per l’apprendimento, l’acquisizione e l’educazione; e questo proprio perché l’esperienza offre all’individuo la possibilità di mettersi in gioco, provare e sperimentare sul campo ciò che ha acquisito venendo al contempo educato dall’esperienza stessa. Il contatto diretto con una persona straniera pone il discente di fronte alla realtà della lingua, fatta non solo di parole bensì soprattutto di persone e cultura. L’acquisizione di cui si è parlato in precedenza assume un ruolo fondamentale in tutto ciò in quanto viene potenziata, rinnovata, avallata dall’esperienza e dal continuo mettersi in gioco. Interfacciarsi direttamente con un individuo che parla una lingua straniera richiede, prima di tutto, la capacità di esprimersi, ovvero esprimere dei concetti già interiorizzati in maniera tale da farsi capire (quel che si dice con l’espressione “effettuare una comunicazione felice”). Ad esempio, se una persona ha veramente acquisito la capacità di dare e richiedere indicazioni stradali in lingua straniera e si trova in condizioni di necessità nel luogo in cui quella lingua viene parlata, sarà quanto acquisito ad aprirgli un varco comunicativo con un abitante del luogo in grado di fornirgli le informazioni che necessita. Varco la cui apertura viene influenzata dalla personalità dell’apprendente: infatti saranno proprio la personalità e l’attitudine, nonché il modo di essere, a fare la differenza all’interno dell’esperienza comunicativa rendendola piacevole, agevole (come può verificarsi nel caso di soggetti fluidi nella comunicazione o che non si danno per vinti di fronte ad un errore) oppure difficoltosa e spiacevole (come può avvenire nel caso di soggetti che faticano ad esprimersi o che manifestano attitudini rinunciatarie). Ad ogni modo, anche riguardo al fattore comunicativo vale quanto detto prima, e cioè se non lo usi, lo perdi in quanto se non si tiene allenata la comunicazione, soprattutto imparando dagli errori (e quindi con un’attitudine mentale di proattività), la difficoltà si concretizza, stagnandosi nel problema e nell’incapacità, e portando il soggetto apprendente a voler evitare situazioni che lo espongono a tale esperienza sino a privarsi di fatto della possibilità di acquisizione linguistica e culturale.

E’ anche vero che la sola acquisizione, ovvero il fatto di aver interiorizzato delle espressioni, modi di dire, frasi per farsi capire in una lingua è sempre centrale, come in questo esempio. Ma, come detto prima, non basta. Non basta perché per proseguire nello studio di una lingua essa va affiancata all’apprendimento. Quest’ultimo è il fattore razionale di una lingua: è grazie ad esso che una persona riesce a costruire frasi di senso compiuto, categorizzare una lingua, riflettere su di essa per quello che concerne tutti gli aspetti relativi alla forma e, in parte, gli usi. Eppure, come quanto affermato per l’acquisizione, il solo apprendimento non è sufficiente. Occorre calarlo nell’esperienza e affiancarlo all’acquisizione di modo da rendere consapevole lo studio di una lingua. Conoscere una situazione, l’adeguatezza di registro e culturale con cui ci si rivolge ad uno straniero ed avere gli strumenti linguistici per esprimersi sono il binomio essenziale per comunicare con la lingua e realizzare quelle capacità individuate e riassunte dallo stesso Balboni in:

 – SAPER FARE LINGUA: e cioè padroneggiare le 4 abilità linguistiche di comprensione orale e scritta, produzione orale e scritta;

 – SAPERE LA LINGUA: si tratta di competenze linguistiche quali pronuncia, ortografia, lessico, etc.;

 – SAPER FARE CON LA LINGUA: è la capacità di utilizzare la lingua come strumento di azione e la quale include la competenza funzionale, pragmatica e socio-culturale;

 – SAPER INTEGRARE LA LINGUA CON I LINGUAGGI NON VERBALI: si tratta di una competenza extra-linguistica, ovvero la consapevolezza dei linguaggi gestuali, oggettuali, prossemici, vestemici.

Per concludere ripetiamo come un mantra il leitmotiv di questo articolo: se non lo usi lo perdi. Non da ultimo in merito a questa frase vi sono interessanti riferimenti di natura scientifica all’interno del libro del neuropsichiatra Franco Fabbro, Il cervello bilingue, in riferimento ai suoi studi condotti negli Stati Uniti. All’interno del capitolo 2 lo specialista scrive: ” la capacità di discriminare e categorizzare i suoni complessi di una lingua dipende dalla conservazione della capacità di attivare particolari strutture del cervello che vengono stimolate con l’esposizione ai suoni di una lingua durante l’infanzia. Una mancata esposizione a certi suoni complessi, non presenti nella propria lingua madre, determina un decadimento di alcune strutture nervose atte a discriminare tali suoni. Ciò significa che entro il primo anno di vita gli esseri umani  sono potenzialmente pronti a discriminare e apprendere tutte le lingue umane e con la crescita perdono gradualmente la possibilità di acquisire con facilità e in modo informale altre lingue” . Da questa affermazione si evince che da bambini abbiamo innumerevoli funzionalità cerebrali che dopo pochissimo tempo dalla nascita perdiamo perché restano inutilizzate: si tratta pertanto di una cernita di caratteristiche funzionale all’evoluzione e pesantemente condizionata dal fattore cultura che indirizza la scelta. Allo stesso modo il cervello funziona come qualsiasi cosa materiale a cui ci troviamo di fronte: se non viene curato, allenato e portato nella direzione in cui auspichiamo vada, allora si ritrova alla mercé dell’entropia. Caos e disordine prendono il sopravvento su di esso se non si attiva lo sviluppo di quelle capacità di agire per indirizzare noi stessi e lo sviluppo delle nostre capacità verso la meta cosciente della nostra evoluzione. Questa frase di Fabbro, inoltre, ci fa comprendere come il modo di acquisizione cambia con l’avanzare dell’età il quale ha ripercussioni fisiologiche sul nostro apparato psicofisico, ma che comunque dipende da ciò con cui lo “alimentiamo” e dal trattamento che gli riserviamo. Perché un apparato psicofisico anziano è vero, non può competere con quello di un giovane nel pieno delle sue forze in termini di quantità di capacità in potenza, ma se trattato in maniera rispettosa ed intelligente può giungere a fare la differenza in termini di qualità!

In sostanza la peculiarità di una lingua consiste nel conoscerla e nel frequentarla, proprio come si fa con una persona a noi cara. Per non perderla e per fare in modo di non dimenticarla, dato che questo è il destino di tutto ciò nei confronti del quale la cura viene a mancare, occorre mettere in atto tutti quegli accorgimenti funzionali ad integrarla all’interno dei saperi pregressi. Perché il linguaggio sottostà ad una vera e propria fisiologia: quella dell’uomo e del suo apparato psicofisico, soggetto, come qualsivoglia elemento materiale, all’azione di tempo e spazio, e quindi all’azione dell’entropia. Se lasciato a se stesso.

Laura Visioli.

Il poliglottismo oggi

 

Risultati immagini per lingue straniere
I poliglotti richiamano alla mente la figura del camaleonte. Questo animale è capace di mimetizzarsi nell’ambiente nel quale è immerso cambiando il colore della pelle. Allo stesso modo un poliglotta è un individuo in grado di adattarsi al meglio alle varie situazioni e ai vari contesti ai quali si trova di fronte perché ha fatto propria quella cultura nella cui lingua decide di esprimersi.

Con il termine poliglottismo (noto anche come poliglossia), dal greco πολύγλωττος (polýglōttos,) composto da poly- ‘poli-‘ e glṓtta ‘lingua’, si intende quell’abilità di padroneggiare più lingue, nello specifico dalle cinque in poi. Al giorno d’oggi, rispetto anche solo a qualche decennio fa, le possibilità di entrare in contatto con chi parla almeno una lingua diversa dalla propria lingua madre sono diventate una certezza. Per questo motivo sapere  più lingue straniere apre le porte del mondo: le porte del nostro pianeta.

Le cose stanno davvero in questo modo? Cosa significa in realtà essere poliglotti e conoscere più lingue straniere? Cosa comporta l’approccio ad altre lingue diverse da quella natìa? Qual è il ruolo della cultura in relazione ad una lingua? Ed, in definitiva, perché è importante essere poliglotti oggi?

Un grande testo di riferimento per tutti i linguisti, nonché per alcuni medici (neuropsichiatri e neuropsicologi), Il cervello bilingue di Franco Fabbro è il primo testo completo italiano che tratta in maniera approfondita e precisa il fenomeno dell’apprendimento delle lingue dal punto di vista della scienza del cervello: la neurolinguistica. E’ interessante leggere l’incipit del libro che contiene una citazione del sociologo e filosofo austriaco Paul K. Feyerabend proprio in merito al poliglottismo: “il miglior espediente protettivo contro l’influenza di una particolare lingua è la pratica del bilinguismo o della poliglossia… Un bambino dovrebbe crescere conoscendo non solo diverse lingue, ma anche diversi miti, inclusi quelli della scienza“. Innanzitutto va fatto un distinguo tra il fenomeno del bilinguismo e il poliglottismo. Per quanto per anni si sia creduto che il bilingue fosse una rarità va invece riconosciuto che, stando alle indagini dettagliate di Fabbro, almeno più della metà della popolazione mondiale è bilingue in quanto il bilinguismo si applica alla conoscenza di una lingua ed un dialetto oppure due lingue diverse, o ancora due dialetti che, lungi da ogni pregiudizio, sono in tutto e per tutto vere e proprie lingue. Capite bene che secondo questa visione realistica e scientifica il poliglottismo, ovvero la conoscenza di lingue in numero superiore a quattro, non è poi da considerarsi un miraggio, soprattutto ai nostri giorni.

Ma veniamo alla citazione di Feyerabend sul poliglottismo: l’ho adottata in quanto è di sostegno alla tesi che essere poliglotti amplia lo spettro di possibilità non solo fisiologiche, ma anche culturali. Dal punto di vista fisiologico, infatti, padroneggiare più lingue oltre che arricchire l’individuo di nuovi e diversi repertori di pensiero legati ad una specifica lingua, permette lo sviluppo e l’attivazione di nuove e più sofisticate funzioni del cervello. Ad esempio, stando sempre ai dati riportati all’interno del volume di Fabbro, un individuo posto in condizione di traduzione simultanea (e quindi già in presenza di bilinguismo) dovrà attivare entrambi gli emisferi cerebrali in quella particolare situazione in cui gli viene richiesto di produrre e comprendere simultaneamente in lingue diverse. Ed, in definitiva, il fatto di attivare entrambi gli emisferi porta ad addestrarsi alla facoltà di produrre collegamenti, evolversi, crescere, unire logica ed istinto, porre in connessione razionalità e spiritualità, vecchio e nuovo, relativo ed assoluto, attivare interazioni tra mondo esteriore ed interiore. 

Tuttavia, il fatto di conoscere più lingue straniere pur costituendo un arricchimento non risulta sinonimo di padroneggiare quelle stesse lingue; e la padronanza è la caratteristica indispensabile in caso di poliglossia/poliglottismo. Padroneggiare una lingua è imprescindibile dalla cultura nella e dalla quale quella lingua è nata. A questo proposito il Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue (che in sostanza è uno schema di riferimento per la valutazione delle conoscenze in merito ad una lingua straniera sul territorio europeo) ha elaborato dei parametri per fornire un’accurata valutazione della padronanza linguistica, i quali considerano a pieno titolo il contesto situazionale E la relativa cultura. Non a caso all’interno dei parametri stabiliti per valutare le competenze linguistiche di un soggetto si parla di usare la lingua in modo adeguato allo scopo: in tal senso si ha a che fare con l’adeguatezza al contesto e l’appropriatezza linguistica, le quali non possono prescindere da scelte basate sul fatto di sapere una lingua dal punto di vista morfologico e funzionale, ma soprattutto dal fatto di conoscere il relativo repertorio culturale in merito ai vari ambiti della vita (lavoro, famiglia, società, religione, usanze, etc.). Lingua e cultura pertanto vanno a braccetto: questo perché la cultura è la culla della lingua. Con ciò ci si riferisce al fatto che da un determinato modo di vivere ne deriva automaticamente ed inscindibilmente un modo di esprimersi; come si spiegherebbe altrimenti la distinzione che in italiano si opera tra “ti voglio bene” e “ti amo”, assente ad esempio in inglese, ove vige l’onnipresente verbo “to love”? O ancora come si spiega la preferenza d’uso di forme impersonali nel repertorio linguistico della lingua russa, rispetto a lingue come l’italiano, lo spagnolo o il tedesco il cui uso è invece più limitato al contesto/registro? La risposta più semplice è che le lingue hanno ciascuna una propria diversità. Questa diversità, a sua volta, deriva dagli specifici contesti culturali nei quali quella lingua è nata. Addirittura, in alcuni repertori culturali del linguaggio corporeo ciò che in una cultura equivale ad un “non so”, in un’altra equivale ad un “non mi interessa”: di nuovo si fa riferimento alle distinzioni tra il russo, nel quale un’ alzata di spalle significa non sapere, mentre in italiano ha un significato totalmente diverso. Lingua e cultura sono pertanto inscindibilmente legate e proprio a tal proposito è ragionevole considerare che lo sviluppo di una a discapito dell’altra crei una condizione di svantaggio. In sostanza riguardo ad una lingua ed alla relativa cultura è sempre meglio conoscere che ignorare perché è la conoscenza che fa la differenza. Già, ma di quale differenza si tratta, se poi manca la capacità di attingere a quella conoscenza della quale si è entrati in possesso? E’ a questo punto che termina il territorio della conoscenza e che si entra in quello della padronanza linguistica…

I dati alla mano dei quali la neurolinguistica dispone a tal proposito corredano in maniera impeccabile il testo di Fabbro citato in precedenza Il cervello bilingue. Un dato interessante che viene sottoposto al lettore ha a che fare con il fatto che l’area cerebrale preposta allo sviluppo del linguaggio è la stessa collegata all’affettività; cosa ne possiamo dedurre? Innanzitutto che la lingua è organizzata anche sensorialmente e tangibilmente dai centri del linguaggio presenti nel cervello, gli stessi che regolano l’affettività. Già questo dato basta, di per sé a farci capire quanto la cultura di appartenenza o quella acquisita abbiano a che fare con la nostra comprensione dell’altro, ossia nel portare l’altro dentro di noi, nell’accoglierlo, viverlo e fino a che punto possiamo farlo. La cultura nella quale si nasce e talvolta quella nella quale ci si inserisce accoglie e forgia l’individuo nella mente, in primis, attraverso la mentalità e l’educazione trasmesse dapprima in famiglia (nucleo affettivo) e poi a scuola (primo contatto con il mondo esterno). Quella stessa cultura madre, nonché in certi casi quella acquisita, dopo essersi sedimentata ed interiorizzata, giunge ad influenzare l’individuo nelle scelte e nel modo di pensare: sostanzialmente l’individuo all’interno di una cultura non ha scelta, se non quella di fare, pensare e ragionare come fanno tutti attorno a lui portatori della stessa tradizione per motivi di sopravvivenza. Ma quando si verifica il contatto con una cultura diversa, ecco apparire i problemi/opportunità: mentre cadono le certezze inerenti l’esistenza del modo di pensare vigente sino a quel momento, fanno capolino i confronti e i tentativi di paragone. Si affacciano giudizi di ogni tipo, inevitabili sempre per motivi di sopravvivenza. Perché se la cultura forgia l’identità dell’individuo, allo stesso modo la lingua ne è espressione. E capire, comprendere, fare propria una lingua implica il superamento di questo scoglio; comporta l’accoglimento di questa opportunità. Integrare gli emisferi, integrare le culture, integrare al proprio interno la poliedricità della vita della quale ogni lingua è una piccola ma significativa espressione; il poliglottismo è farsi da parte con le proprie convinzioni e condizionamenti per lasciare spazio alla vita di altre culture al proprio interno, essere poliglotti significa arginare la preponderanza di una lingua quando questa si pone a discapito delle altre, per poter accogliere con generosità altri modi di essere, di esprimersi, di vivere. Nel poliglottismo capita che una lingua resti la preferita, ma ciò che fa la differenza è l’assenza di discriminazione per le altre. E’ questo il tipo di arricchimento di cui il poliglottismo si fa portatore e del quale si parla in questa sede.

Se esistesse una figura zoologica in grado di raffigurare appieno la figura del poliglotta questa sarebbe senz’altro quella del camaleonte. La caratteristica speciale di questa creatura è che essa cambia colore in funzione della propria sopravvivenza, sia che questo significhi mimetizzarsi con l’ambiente circostante, sia che ciò si traduca nel farsi notare per la propria diversità. Essere bilingui e a maggior ragione poliglotti è un po’ come adattarsi e mimetizzarsi all’interno di una cultura, tanto che non ci si distingue da un madrelingua, pur potendo farlo. Questa mimetizzazione, tuttavia, a livello umano contiene un’ulteriore caratteristica rispetto al fenomeno presente nel mondo animale: essa infatti per gli uomini implica anche il coinvolgimento delle  componente affettiva e psichica. Se l’animale si mimetizza per ragioni di sopravvivenza e lo fa in ragione della paura, dello stress, dell’aggressività o del benessere che in quel momento sperimenta, così come di altre condizioni a lui esterne (clima e luce), il poliglotta decide di mimetizzarsi in contesti linguistici e culturali per giungere  più vicino all’altro. Ed essere poliglotti apporta molti vantaggi, soprattutto oggi in un mondo in cui le persone sono sempre più in movimento da un continente all’altro ed in relazione tra di loro. Uno di questi vantaggi si rivela in termini di comprensione e arricchimento culturale. Quando sapere conduce a capire, allora il fatto di capire può incrementare in una persona ulteriori comprensioni sul funzionamento di un mondo e dotarla di una mentalità diversi dalla propria. Del resto comprendere significa portare dentro si sé, accogliere al proprio interno, contenere. Nello specifico all’interno del volume di Fabbro emerge in merito a ciò una interessante contrapposizione tra i concetti di arricchimento e barriera dal punto di vista genetico. Questo tipo di arricchimento in effetti talvolta (e negli ultimi decenni più che mai) giunge a coinvolgere anche la fisiologia come conseguenza della mescolanza di razze e delle relative culture: insomma, un modo per sentenziare che l’arricchimento culturale si è esteso anche alla genetica. Non a caso nel libro viene posta la questione riguardante la vera funzione di una lingua e quindi se essa sia effettivamente funzionale a garantire la comunicazione tra individui oppure a separare un gruppo dagli altri. L’esistenza di diverse lingue ci fornisce uno spettro di diverse realtà e per questo motivo un arricchimento. Ma l’arricchimento resta comunque un fenomeno che arriva dopo l’accoglienza di ciò che è diverso. Altrimenti la lingua risulta funzionale a separare, a creare una barriera, a far permanere la diversità senza possibilità per un incontro e un dialogo con l’altro da noi.

Se poi consideriamo il poliglottismo in termini di ampliamento dei propri orizzonti ciò può però comportare anche un rischio. Reale o fittizio che sia, esso consiste nel perdere le proprie radici per proiettarsi nella e dentro l’altra cultura: in tal caso non si tratta di accogliere l’altra lingua, ma del dimenticarsi della propria origine e pendere in favore del nuovo. Resta da chiedersi se sia davvero così. In effetti il rischio può esserci, ma se la propria identità è ben salda, il fatto di padroneggiare più lingue straniere e attingere a proprio piacimento alla relativa cultura non resta che un arricchimento del proprio modo di essere, del proprio repertorio linguistico e culturale stesso: un’espansione del proprio cervello, ed, in sostanza un’espansione di sé. Pur mantenendo le differenze viste e percepite, e a maggior ragione aiutando in questo. Padroneggiare più lingue con la consapevolezza di ciò che ci appartiene e ciò che invece non ci appartiene ci dona una maggiore consapevolezza della nostra identità. Attingere a e conoscere ciò che è proibito in una cultura e ciò che è tollerato, e comportarsi di conseguenza, oltre a migliorare i rapporti con l’altro da noi, agevola una integrazione, permette l’instaurarsi di un vero incontro nella relazione, una conoscenza senza precedenti del mondo e dell’uomo. Più lingue si riescono a padroneggiare e a maggiori comprensioni è possibile attingere. Insomma si tratta di una quantità che ad un certo punto si trasforma in qualità, ammesso e concesso che ci si renda consapevoli di questo processo. Perché il poliglottismo resta ben più di un fenomeno esclusivamente linguistico; esso coinvolge la personalità, la mente, la fisiologia, la cultura e l’individuo in tutta la sua globalità di essere umano.

Essere poliglotti oggi è di enorme importanza, soprattutto per tutti i vantaggi che apporta in termini di qualità della relazione con l’altro da noi. Va però precisato che il fatto di capire da un contesto ciò che viene detto si chiama perspicacia, da non confondere con la padronanza linguistica. La perspicacia è un’ottima qualità che agevola ed è imprescindibile dall’apprendimento linguistico, ma la padronanza è quella dote che entra in vostro possesso e che vi consente la sicurezza di poter aggiungere alla vostra vita un bagaglio di nozioni, collegamenti e visioni in più. Dopotutto una lingua è accompagnata dalla cultura che l’ha creata, e questo non va dimenticato ma anzi utilizzato come strumento per progredire. Soprattutto a livello umano.

Laura Visioli

Oggi nasce il blog di ParoleVive Traduzioni: benvenuto!

Buongiorno a tutti,

era da un po’ che mi frullava in testa l’idea di creare un blog dedicato a quello di cui mi occupo quotidianamente. Finalmente uno spazio ove poter discutere e analizzare ciò che succede nella mia attività. E pensavo anche a chissà quanto sarebbe stato bello scrivere non solo della mia attività, bensì anche delle difficoltà che comporta la carriera in questo ambito professionale, nonché dei successi e delle opportunità che offre e può offrire! E così eccomi qui a fare informazione con un pizzico di opinione…

Chi, come me, ha la passione per le lingue straniere, i testi, la lettura, la scrittura, l’apprendimento e l’insegnamento nel campo delle lingue straniere, ma anche la produzione di testi ex novo sia nella propria lingua madre che in quella straniera potrebbe trovare utili indicazioni e informazioni per barcamenarsi nel mondo tanto avventuroso quanto periglioso quale quello delle lingue. Inutile dirvi che auspico fortemente che su questa piattaforma si realizzi una interazione, uno scambio di opinioni costruttivo per la mia e altrui crescita (che poi magari così disgiunte tra loro non sono!).

Gli articoli saranno interamente scritti da me, anche se talvolta potrà capitare di prendere spunto da articoli di giornale, libri e/o riviste, così come da opere letterarie vere e proprie per poi procedere con i miei commenti in merito. Poiché si tratta di contenuti dal taglio professionale saranno condivisi sulla piattaforma linkedin. Per il momento la pubblicazione dei post avverrà una tantum, in relazione a quello che ho da dire, agli argomenti che trovo interessanti ed utili, ma anche ai vostri suggerimenti!

Nel frattempo vi auguro una fantastica giornata, e arrivederci a presto!

Laura Visioli.